sabato 22 febbraio 2020

Le pene del pene




Il pene ha molte pene
ma tre sono supreme.

Per cause freudiane
la prima pena è il pane
a forma di baguette
intera, mica a fette,
ma anche sfilatino
sfornato ogni mattino
data la forma fallica
lo stesso metro applica
alla propria misura
si sente miniatura
in foggia molle o dura
diametro o estensione
di qui la delusione
che a esso si conviene
ossia invidia del pene.

Seconda pena è il verso
che il pene di traverso
assume ciondolando
nel suo piccolo mondo
(di solito mutanda)
dove la testa affonda
con la sua austera flemma
di lì nasce il dilemma
dalla valenza estetica
ma anche un po’ politica:
poiché rifuggì il centro
temendo uno scontro
va a destra o a sinistra?
Una scelta maldestra
e il pene è rovinato
a vita condannato
a spenzolare inerte
con le palle conserte
per tutta un’esistenza
di scomoda pendenza
in quel senso sbagliato
per cui in modo avventato
un giorno s’è schierato.

La terza pena è forse
quella che più concorse
a dare sofferenza
al pene in astinenza
è smania interiore
sentirsi superiore
a qualsivoglia pene
dalle fattezze umane
di ogni aspetto o peso
integro o circonciso
ponendo il suo sigillo
in ogni buco o ugello
del quale abbia sentore
(n’è sintomo un gonfiore)
foro od orifizio
sospeso ogni giudizio
giuridico o morale
indifferente al male
persegue quel disegno
ma se ne sente indegno
si teme cosa gretta
triste proboscidetta
del resto in quell'invaso
non vive alcun riposo
è inetto a ogni pertugio
dove non v’è rifugio
ma frenesia ulteriore
di darsi più da fare
troppi son quegli anfratti
altri peni più adatti
in quel gioco snervante
si sa già soccombente
che poi a pensarci bene
questo ha capito il pene
da dolente carenza
deriva l’impazienza
ficcarsi quale ossesso
in qualsiasi recesso
ma quel vuoto introflesso
di cui brama il possesso
non alberga nel sesso
bensì dentro se stesso.

venerdì 14 febbraio 2020

Quella tigre siberiana



Quella tigre siberiana
che con larghi plaid di lana
rilassato e senza cruccio
si godeva il bel calduccio
stufe a gas incandescenti
per non battere più i denti
e i termosifoni accesi
nel giaciglio in tutti i mesi
di quest’infinito inverno
cui un ignavo Padreterno
od ancora peggio il fato
pare averlo condannato
(in Siberia, è dimostrato
anche il gelo è più gelato)
ora sconta il contrappasso
dimagrito come un osso
e con l’animo percosso
vive un tristo paradosso
che lo avvolge quale dramma
in un tragico dilemma
la compagna nella tana
dolce tigre siberiana
gli ha svelato all’improvviso
muso a muso, o viso a viso,
che quel loro folle amore
puzza troppo di sudore
e la scelta, a malincuore
è tra lei e quel tepore.

L'indolente facocèro


L’indolente facocèro
ha in orrore lo straniero
la ragione è presto detta
lui l’ha fatta, e ora l’aspetta
(pur suino, a dare retta,
si mangiò pane e porchetta)
così vive tremebondo
il suo essere nel mondo
nel timore a sé rivolto
che il nemico senza volto
che prima che non si creda
lo trasformerà in preda
sia ancor lui, il facocéro
che con spirito guerriero
si condanni a tradimento
a ogni sorta di tormento
le sue stesse carni infetti
con pensieri turpi e abietti
poi si sbrani a grandi morsi
la coscienza di rimorsi
e si dia il colpo di grazia
realizzando la disgrazia
dell’essere facocéro
a se stesso uno straniero
o scenario ancor peggiore
di se stesso il predatore.

sabato 8 febbraio 2020

L'agnello sacrificale



L’agnello sacrificale
si trovò sopra un altare
punzecchiato col pugnale
da mano sacerdotale
e iniziando un po’ a sudare
belò: ch’ho fatto di male?

Tu bramasti agnelle altrui
molestasti capre e buoi
adorasti il dio sbagliato
un vitello pur dorato
hai rubato erba e fieno
e cacato senza freno
su qualsiasi terreno
nonché in barba a ogni divieto
hai pisciato su un tappeto
masticasti bruchi inermi
e miriadi di vermi
pur se agnello hai fornicato
come pecora sul prato
manco eri fidanzato
hai mentito, spergiurato
pur di esser benvoluto
da chi hai sempre disprezzato
ai tuoi pari, il tuo gregge
anziché parole sagge
riservasti le scoregge.

Questo disse la coscienza
dell’agnello e fu sentenza
che accettò come s’accetta
secco il colpo dell’accetta
fu l’estremo suo soccorso
s’azzerò ogni rimorso
e beato fu l’istante
in cui non sentì più niente.



domenica 2 febbraio 2020

Manuale difettato per l’uso delle parole d’amore



Facile parlarsi d’amore
sulla mezzaluna d’una spiaggia spopolata
col tramonto che dal mare già nero
smorza piano le braci all’orizzonte
trasmettersi l’impellenza del sentimento
di fronte alle coreografie di un’aurora boreale
che erompe tale e quale al prodigio d’un illusionista
o mentre guardiamo dalla costa
sui fianchi d’un Etna colossale
le cicatrici infernali d’una colata di lava
in una notte di fine gennaio
l’aria ferma e affilata
come in una bolla di cristallo
ovvero, ancora più convenzionale
nella culla d’un letto disfatto
gambe e sensi ancora attorcigliati
nell’intorpidirsi che segue il piacere
per quella volta inatteso
o sotto una curva parabolica di stelle
perfetta come una formula matematica
se non – a voler esagerare
fra i tanti arcobaleni di Iguazù, chiavi di volta
innalzate nella nebbia d’un concerto di cascate
o mentre suona la stessa musica della sera inesauribile
in cui capimmo di non avere altra scelta che amarci
(e se invece tutto taceva fuorché noi – qui il ricordo sfuma –
ogni canzone ci parrà quel silenzio)
o magari tra i ruderi d’una chiesa a cielo aperto
l’abbazia di San Galgano sede ideale
di fronte all’altare spoglio di pietra
arreso all’evidenza d’un amore terreno
al punto che nessun dio potrebbe averlo mai concepito
tanto meno creato
così a noi due soli toccò quel potere.

Chiunque potrebbe dirsi parole d’amore
nel suo abito più semplice, in un ambiente protetto
persino coglierne significato e valore
esagerandoli un po’, com’è giusto che sia
poiché eccessivo è il concetto stesso d’amore.
Non è da me. Non fa per noi
che siamo anime sedimentarie
e le storture dei nostri cuori
le custodiamo quali segni più cari.
Se abbiamo un segnaposto su questa terra
coincide con ciò che è in eccesso, e a volte spaventa
come il colpo in petto dell’extrasistole.
Perciò ci dichiariamo roteando
in un girotondo di luna sulla pietra leccese
e succede in silenzio, che bastano gli occhi e le mani.

Allora vorrei saperti dire dell’amore ch’è il nostro
in occasioni dissennate, inopportune, sciagurate
attingendo fedelmente da un manuale difettato.
Durante un sonno senza sogni, di certo
affondare parole
come pietre lanciate in un lago notturno
nella parte incosciente di te
che sa accoglierle al meglio, e sola capirle
oppure mentre il fruscio del tuo fiotto d’urina
ne discioglie suono e senso compiuto
avvolgendole in un calore carnale.
Sublime sarebbe poi il paradosso
parlarti subissato dal riso smodato d’una moltitudine
in risposta alla freddura grossolana
d’un guitto che si pavoneggia sul palco
nell’arena stracolma dove entrammo per caso
un po’ come in questa vita, a ben pensarci.
Chissà se oserei far sbattere sdrucite frasi d’amore
con l’ostinazione di mosche intrappolate
contro la vetrata oltre la quale si sfogano
i veri orrori del mondo, invisibili ai più
un reparto oncologico, per dire
dove il male colpisce cieco e puro
e ognuno abbandonato dal proprio dio
torna alla fine inutilmente innocente.
Uno di quei siti dannati, cristiddio, un mattatoio
nel punto esatto del loro passaggio
in cui gli animali percepiscono la destinazione
e s’impuntano recalcitranti con nudo terrore.
O nell’abitacolo della nostra auto bloccata in fila
mentre tutt’attorno gli sciacalli s’accalcano
per la visione ravvicinata d’asfalto chiazzato
e lenzuola sui corpi.
Chissà se riuscirei a parlarti d’amore
mentre fai l’amore con un altro, se devi,
confidando solo di dissolvere
ogni nervo e fibra
qualsiasi coscienza di me
che non sia in quell’amore.

Vorrei poter dire queste parole
alla te che sei stata prima di trovarci
quella te che era e sarà all’infinito
ostaggio della mia assenza
e sollevarla così dall’attesa
d’un amore che, certo hai capito
riconosciamo da un anno, un anno solo
ma è sempre esistito.


domenica 29 dicembre 2019

Storto intervallo tra nulla e nulla



Storto intervallo tra nulla e nulla
scordato il vuoto che fu incubatrice
vivere svaga e la fine ci culla
senti la notte che ti benedice

altrove eravamo e altrove saremo
sciolto il raggiro d’un tempo che noi
attraversiamo come atto blasfemo
sacrificato all’attesa d’un poi

convergono allora genesi e morte
stesse avvisaglie, passato incipiente
fibrillazioni d’una massa inerte

che non s’avvezza alla forma del niente
nell’ideazione il disfacimento
ecco, chiudi gli occhi. Già il mondo è spento.

lunedì 16 dicembre 2019

Il pinguino imperatore


Il pinguino imperatore
il suo uovo sta a covare
con paziente devozione
nell'orribile stagione

avrà un nome altisonante
ma il suo impero è quasi niente
ha le esatte dimensioni
di due natiche bocconi

soffia già un vento polare
e lui immoto ore e ore
sotto il culo, nel tepore
tiene il frutto del suo amore

l’infinita notte australe
porta in dote un freddo irreale
e in quel mondo più glaciale
l’emorroide fa male

ma lui stringe chiappe e denti
mai proteste né lamenti
anche perché al suo fianco
non c’è manco un orso bianco

se gli scappa la trattiene
quando prude si contiene
ha imparato a digiunare
passa il tempo a meditare

sogna forse un filo d’erba
o magari un cruciverba
un bacio, una carezza
che non sia d’algida brezza

col suo uovo sempre solo
con le ali inette al volo
una cosa l’ha capita
così è andata la sua vita.


giovedì 12 dicembre 2019

Non proprio una volpe


C’era una volpe proprio deficiente
capisce anche meno d’un accidente
però in ossequio al pensiero corrente
è stimata quale mente brillante

persino polli e molti conigli
vanno a caccia di buoni consigli
lei li elargisce, errati, a chi chiede
e non realizza che sarebbero prede

se tenta un calcolo differenziale
il risultato è un’e commerciale
eppure quell’&, errore bestiale
sarà soluzione sul manuale

del resto è popolare convinzione
che matematica sia sua opinione
e in ossequio alla sapienza volpina
la volpe reinventa la tabellina

la sua furbizia è un postulato
che nessuna ha mai contestato
per la fede che la sua nomea ispira
detta legge anche quando delira

il risultato di questa impostura
se non disastro almeno è sventura
numeri a caso e incertezza su tutto
pare di vivere in un quadro astratto

però poveretta, lei mica ha colpe
se è volpe ma non proprio una volpe
a lei s’è affidato un mondo demente
neanche sa di non sapere un bel niente.

Risultati immagini per volpe luci d'artista salerno

mercoledì 13 novembre 2019

Il mistero del calabrone volante


Dice il detto popolare

non potrebbe mai volare

poche ali, troppo peso

corpulento e quasi obeso

ma non sa di non potere

perciò tira su il sedere.

 

Tutto falso, il calabrone

ha una piena cognizione

che la gravità gli impone

un divieto d’ascensione

quando in aria traccia rotte

solamente se ne fotte.

 


domenica 10 novembre 2019


nell’ora in cui verrà decisa
la fine del tuo esistere terreno
infine conterai forse qualcosa
e quel conto sarà: uno di meno

sabato 2 novembre 2019

Volgersi e non trovarti più riflessa


Volgersi e non trovarti più riflessa
in memoria sgombrata o manomessa
prima dell’ora in cui saremo assenza
così è l’inferno di cui ho coscienza.

Decifrare i segni muti del viso
l’alfabeto di ciglia labbra naso
scorrere come cieco con le dita
la pagina increspata che è tua vita

capire che di vero non v’è nulla
oltre all’intervallarsi di parole
diario del pensiero che si sfolla

facendosi cordone ombelicale
in ciò m’è dato il solo senso vivo
che è amore e dell’amore è schiavo.

lunedì 21 ottobre 2019

Concepire inferni e paradisi


Concepire inferni e paradisi
vuol dire rendersene prigionieri
Così pensavo, forse era ieri,
in mente la ruga dei tuoi sorrisi

no, non sei tu dannazione o salvezza
e la tua essenza balena e dispare
sughero lieve nelle increspature
dell’onda che si rovescia in carezza

per quanto invariata sta al limitare
tra è stato e sarà, tra tempo e nulla
dove l’orizzonte è una chiusa nera

le stelle là sopra restano a galla
sei tu il diaframma tra nube e cielo
tra neve e ghiaccio, tra sposa e velo.


lunedì 26 agosto 2019

Monologo #1


[entra in scena tra gli applausi del centinaio di persone presenti in sala. Barcolla vistosamente mentre avanza, resta in equilibrio reggendosi alla sedia che campeggia in mezzo al palco. Rimane lì, in piedi, una mano sullo schienale, con l’altra regge il microfono] Ed eccoci qua anche stanotte. Almeno io mi ci guadagno da vivere, se questa trappola si può chiamare vita, ma voi non avevate un cazzo di meglio da fare? Una bella e sana scopata no, eh? O anche malsana, che nella gloriosa era di tinder un herpes genitale non si nega più a nessuno. [fingendo di sussurrare, in modo da essere sentito] Razza di coglioni…
A guardarvi bene avete proprio la faccia di quelli che scopano un sabato sera al mese e devono guardarsi un video porno per farselo rizzare. O farsela lubrificare, a essere precisi e didascalici e politicamente corretti. Perché io ci credo veramente nelle pari opportunità. Ci credo, eccome. Ogni donna a portata d’uccello dovrebbe avere pari opportunità d’essere scopata. Ma non ci distraiamo. Vi ci vedo, tutti presi nella canonica scopata mensile, finalmente a portata di tiro una botta di vita che quando riemergete dall’eiaculazione dovreste correre ad accendere i fuochi d’artificio in giardino neanche fosse la festa patronale. [pausa di silenzio]
E nell’istante successivo, proprio mentre precipitate rabbrividendo a schiantarvi nella banchisa artica della depressione post coito, realizzate che gli attori nel video continuano a sbattersi allegramente mugolando in un bel frullatore di carne tonica e sudata che sobbalza. Perché durano più di tre minuti, loro. Li pagano per questo. Mai a sufficienza, va detto, ma almeno li pagano. Voi invece vi sconfortate gratis per tre minuti di cazzo ritto.
Oh, a scanso di equivoci, mica c’è qualcosa di male a scopare una volta al mese. Io, ad esempio, signore e signori, non mi vergogno di proclamare in questa sede, pubblicamente, che scopo una volta l’anno. [pausa di silenzio, guardando perplesso il pubblico. Poi si gratta l’inguine. Riprende a parlare con voce bassa, cavernosa]. Certo. Scopo vostra madre una volta l’anno. Vostra sorella, se siete orfani. O magari la vostra donna, se siete figli unici. O invece vostra moglie, se vi siete uniti nel sacro vincolo perché infoiati avete avuto la bella pensata di tentare la sorte, e nove mesi dopo si scopre che il tempismo nella ritirata non è proprio il vostro forte. [tornando al tono di voce abituale] Le nozze riparatorie. Ma sì, è un bel premio di consolazione, non è vero? Una fisiologica riproduzione assicura a voi poveri coglioni l’illusione di esservi allungati la scadenza mortale. Come se bastasse scrivere col pennarello una nuova data sul vasetto di yogurt già ammuffito in frigo. Intanto io ho vinto un terno al lotto e grazie alla vostra foga riproduttiva ora mi scopo una succulenta milf in piena depressione post-parto. Sono le mie preferite. Quando non affogano i figli in fasce se ne stanno lì catatoniche a farsi infilzare su per ogni pertugio. Adorabili.
[Una voce isolata protesta in modo incomprensibile. Un’altra voce femminile urla “vergognati”] Mi sto burlando di voi, oh, non vi incazzate. [ride] Non dovete mai prendermi sul serio, sono un comico serio, io. E poi, dico, non scherziamo, figuratevi se scoperei mai quelle distopie viventi che vi hanno generato o con le quali copulate per impulso animale oppure per noia o per disperazione oppure perché ogni tanto dovete mettere in scena la vostra mesta rappresentazione di coppia normale.
Noi artisti, specie noi grandi artisti, mica siamo come voi. Non viviamo come voi. Noi ci accoppiamo solo con modelle anoressiche e ninfomani. Loro sì che sono pronte a qualsiasi acrobazia circense pur di avere la nostra mano provvidenziale a disposizione quando sono così strafatte da non riuscire più neppure a ficcarsi un dito in gola, e allora usano il mio, lo stesso dito che hanno appena conosciuto su per il buco del culo, un dito in gola ogni volta che pensano di aver mangiato un pop corn di troppo per la loro stitica dieta. Cioè due.
Come valida alternativa, mi scopo puttane da mille a botta quale minimo sindacale, e quello delle puttane con la coscienza di classe è l’unico sindacato che merita rispetto. Se il marxismo avesse affidato alle puttane anziché a quei crumiri della classe operaia il compito di fare un cazzo di rivoluzione a quest’ora vivremmo tutti in un favoloso parco giochi comunista. Una società di uguali, finalmente, in cui ciascuno si lascia scopare secondo le proprie capacità e scopa secondo i propri bisogni. Perché le puttane sanno bene cos’è il plusvalore. Riescono anche quantificarlo a menadito, visto che qualche volta se lo lavorano con la bocca, o se lo ritrovano ficcato direttamente su per il culo.
Se proprio sono alla frutta mi scopo attrici disperate a caccia d’ingaggi. Mi basta persuaderle che sono culo e camicia con un carissimo amico produttore che invece mi ha già bloccato da mesi sui social e se provo a telefonargli mi fa minacciare da un suo biscugino malavitoso. Solo perché ho vomitato nella sua vasca idromassaggio. Vero che c’era lui dentro. Con tre attricette cui stava facendo a turno dei provini subacquei di resistenza in apnea.
Però scoparsi un’attrice è un’esperienza senza prezzo. Ti modulano delle simulazioni d’orgasmo che sembrano una Meg Rayan di Harry ti presento Sally trafitta da un rabbit in modalità avanti tutta. E se non sapete cos’è il rabbit stasera, tornando a casa, invece di fare una carezza al vostro bambino e dirgli che è la carezza di uno strano personaggio con un cappello buffo in testa che ogni tanto parla col suo amico immaginario in cielo, ecco, stasera concedetevi una cosa buona e giusta. Andate su un sito di commercio di porcherie online invece di masturbarvi come al solito pensando a come potreste usarli, compratene uno e regalatelo alla vostra donna. Per una volta in un’esistenza sacrificata sull’altare della vostra nullità, donate un po’ di piacere terreno a quella poveretta. Vi bastano solo una carta di credito e quel trabiccolo magico. Assaporatevelo, quel momento. Quell’acquisto online sarà l’apice della vostra intera vita sessuale. E della sua.
Ma potete anche ficcarvelo su per il culo quel rabbit, se vi piace il genere. Sempre meglio il coniglietto vibrante di quelle zucchine che rimettete in frigo subito dopo per non farvi accorgere della vostra inclinazione retroversa e poi vi ritrovate lessate nel piatto il giorno dopo. E nel piatto dei vostri figli. E guardate i vostri figli mentre le mangiano. E se fanno i capricci perché le zucchine lesse fanno schifo a tutti i bambini sani di mente del mondo li prendete a schiaffi perché se le ficchino giù per la gola. Proprio come voi ve le siete infilate su per il culo la sera prima. Che poi se qualcuno vi avesse schiaffeggiato come fate con loro avreste goduto persino di più. E questo pensiero vi eccita pure un po’. Miserabili che siete. [ridendo] Finirete per starmi simpatici.
Voi non meritate nulla. Non meritate neppure me, che pure sono la merda più abietta della terra. Sono merda concentrata, innalzata al cubo, purissimo distillato di merda invecchiata in botti di rovere, sono la merda prodotta da una creatura che si nutre solo della merda di altre creature che mangiano esclusivamente merda. E potrei anche risalire lungo la catena alimentare della merda. Però mi fate tanta pena, perché credete di redimervi con l’amore. [con voce più acuta] Oh sì, innamoriamoci. Pensateci un po’, tutto sembra trasformarsi d’incanto in un mondo rose e fiori, giusto? Chi se ne fotte se sono rose e fiori di Chernobyl, deformi, geneticamente modificati. Commuovetevi con le canzoni melense che tutti cantano senza capire un cazzo di significato perché mica fate lo sforzo di connettere una sillaba con l’altra, diononvoglia vi sia tolto il diploma di specializzazione in analfabetismo di ritorno. Prendiamoci mano nella mano mentre guardandoci negli occhi ci facciamo un selfie al tramonto sul mare e trasformiamo la nostra vita nella brutta copia della sceneggiatura d’una cazzo di commedia romantica. Magari scritta da quattro sceneggiatori cocainomani che per pagarsi qualche dose hanno tradotto con google translate copioni coreani trovati su internet. E sapete cosa mangiano i coreani, vero? Rischiate di suggellare il vostro amore cucinando un innocente cagnolino in una cenetta romantica che ha come colonna sonora Gagnam style.
Quanti sono quelli innamorati qua dentro? [nessuno fiata in sala] Silenzio di tomba. Non abbiate timore, ho forse la faccia di uno che di diverte a insolentire il prossimo suo? Mai e poi mai, ci crediate o no. Neppure reagisco quando mi pestano, e succede spesso. Sono un tipo che prende sul serio il vangelo io. Porgo l’altra guancia. Sempre, quando sono dal barbiere.
Ma no, cari coglioni, state tranquilli. Ve le porgo io tante buone ragioni per non innamorarvi. Su, da bravi. Mi prendo cura io di voi, adesso, non abbiate timori. Non ho doppi fini. Ho solo doppi sensi. Nessuno più di me al mondo ha a cuore la vostra sopravvivenza serena per quanto miserabile in questa valle di lacrime travestita da società dei consumi. Chi cazzo è quel minorato che si compra il biglietto di questo spettacolo, affronta gelo e pioggia di una notte come questa per venire a farsi insolentire da una sottospecie di merda impasticcata come me. Andate preservati come i panda, voi. Vi imbocco io di germogli di bambù. O magari di funghi, quelli giusti. Chi se non una massa di panda sotto peyote caccerebbe fuori i soldi per la beneficenza con cui mantengo tante famiglie bisognose. Tutte quelle delle bagasce da mille a notte. Da non crederci. Hanno tutte, ma proprio tutte, almeno un figlioletto concepito quando erano ingenue e minorenni o ora lo devono mantenere tra gli stenti in un college svizzero. Dove è vittima di abusi sessuali praticati ogni giorno, esattamente alla stessa ora, con la precisione di un cronografo.
Dunque, proverò ad applicare la forza del ragionamento per contrastare la sovversione di pensiero generata da quei moti dell’animo stereotipati e irrazionali che chiamerò, scusatemi a volgarità, innamoramento.
Andiamo con ordine. Altruismo. Quando sei innamorato te ne fotti dei destini del mondo e di chi lo popola, dei bimbi che muoiono di fame e del pianeta destinato a bollirsi come un uovo sodo. E se smetti di interessartene proprio tu, tu che ti fingi occupato al cellulare per ignorare la mano tesa del mendicante in strada, chi li preserva dalla morte per inedia quei poveri bimbi con le mosche negli occhi? Chi lo salva il globo terraqueo lessato dall’anidride carbonica se non tu, tu che useresti l’acqua calda anche per lo scarico dello sciacquone e quella oligominerale per lavarti il culo, se solo potessi?
Di più: libidine. Quando sei innamorato sei talmente concentrato sull’oggetto del tuo sentimento che tutti gli altri possibili canalizzatori di desiderio ti paiono inconsistenti controfigure di quel corpo che solo ha valore per te. E così sai quante scopate facili ti giochi?
Ancora: dignità. Quando sei innamorato ti senti sovreccitato e nella mente ti si accendono lampadine intermittenti come un albero di natale epilettico e pensi che tutto sia possibile, persino che Babbo Natale esista davvero e ti abbia portato in dono il partner dei tuoi sogni. Ma babbo natale è come dio, esiste solo nelle menti dei ritardati e dei bambini, e solo fino all’età di dieci anni scarsi.
Per chiudere in bellezza. Sofferenza. Se sei innamorato finirai per ricoprire poco a poco l’oggetto del tuo scompenso emotivo con una tua nervatura sensibile. E’ come se l’avvolgessimo coi nostri sensi quelle carni adorate. E poi uno nell’abiezione di questa colonizzazione corporea si trova come un’autentica testa di minchia ad accampare pretese sul suo utilizzo. Si sogna di avere diritto o peggio ancora dovere di esercitare controllo, possesso. E badate bene, seguitemi nel ragionamento, ammasso di panda coglioni strafatti di mescalina. Non si tratta di un gioco di potere, ma di un pietoso tentativo di salvezza. Perché vero è che le sofferenze di quel corpo venerato diventano anche le nostre, e se soffre sprofondiamo nel suo stesso dolore. Ma non vale l’opposto. Al contrario, il piacere di quelle membra che amiamo può trasformarsi nella nostra pena più intima e lancinante, se non siamo noi a generarlo. Il suo godimento provocato da altre mani o bocche o lingue o cazzi è una profanazione che subiamo con uno spasmo che parte dallo stomaco e poi trapassa al cuore. E’ un’intrusione come quella di un ladro nella nostra casa, e l’allarme doloroso vibra all’unisono in tutti quei nostri filamenti nervosi e risale fino alla nostra anima, e scopriamo di averla proprio nel momento in cui vorremmo solo disincarnarci e liberarcene per non sentire più nulla. Non abbiamo dato il nostro consenso a quel tocco, quella bocca, quel cazzo non li vogliamo su di noi, dentro di noi, fanno male, ci fanno torcere in uno strazio di immagini di desolata pornografia amatoriale in testa. Chiamatela gelosia, o come cazzo vi pare. E’ solo il dolore di uno stupro immateriale.