Da sola una sera
dopo la bufera
frullando leggera
come una preghiera
nell’aria di cera
la rondine nera
fece primavera.
Da sola una sera
dopo la bufera
frullando leggera
come una preghiera
nell’aria di cera
la rondine nera
fece primavera.
Mangia tanto il toporagno
quanto più si sente affranto
quel che inghiotte nel bisogno
poi smaltisce in merda e pianto
pare amaro il desinare
nell’inerzia cui s’è arreso
per la foga d’inglobare
ogni giorno il proprio peso
assediato dall’urgenza
tutto ormai gli sa di broda
nell’ignavia si rimpinza
non sia mai che se la goda
men che mai che sia satollo
della sbobba universale
ogni vitto sembra frollo
tutto il mondo sa di sale
rutta tanto il toporagno
e s’ingozza mesto e solo
se il boccone è un macigno
la sua vita sta in quel bolo.
Un polpo afflitto
si lasciò andare
giù a capofitto
a piombo nel mare
si calò inerte
nel cuore d’abisso
con le braccia aperte
come un crocifisso
ma è la iattura
del polpo nel mare
per sua natura
non può annegare
toccato il fondale
vi rimase assorto
tutto restò uguale
nel credersi morto
cullò quel pensiero
frutto d’uno sbaglio
l'inganno fu vero
e si sentì meglio.
La scimmia ha perso il pelo
di certo non il vizio
così si gratta il culo
rasente il precipizio
con quel tocco sapiente
un poco si conforta
poi torna con la mente
a ripensarsi morta
nello sprofondo a picco
per spegnere davvero
con un finale secco
l'inerzia del pensiero
seppure al lumicino
vivere la sbugiarda
s’addobba di divino
poi ruzza con la merda
all’occasione ammazza
o sfoga la lussuria
com’è della sua razza
sposare foia e furia
da che è rimasta nuda
ritrosa si rintana
ovunque non si veda
che è diventata umana.
La farfalla dormiente
volteggiò nella mente
si calò dentro un sogno
con le zampe di ragno
nella sua ragnatela
vasta come una vela
catturata s’incolla
giusto una farfalla
mentre se ne impossessa
scopre in quella se stessa
così infine divora
la farfalla che era
si risveglia alla vita
forse già digerita
dentro un ragno assopito
che da un sogno rapito
s'immagina farfalla
e nel volare annulla
qualsiasi divergenza
tra l'essere e l'assenza
la farfalla ora spera
di scoprirsi un po’ vera
nell’unità del tutto
o almeno in un rutto.
Zhuangzi disse: "I pesciolini nuotano così liberamente, seguendo gli spazi aperti, ovunque li portino. Questa è la felicità dei pesci".
Huizi disse: "Tu non sei un pesce, allora come puoi conoscere la felicità dei pesci?"
Zhuangzi disse: "Tu non sei me, allora come puoi sapere che io non conosco la felicità dei pesci?"
(Zhuang-zi: 17)
Guizzare indolente
ma controcorrente
per piombare illeso
nel blu, senza peso
l’abisso più scuro
sfidare sicuro
per poi darsi a un ballo
intorno a un corallo
nel cuore salmastro
d'un mare d’inchiostro
non sentirsi afflitto
a pensarsi fritto
il pesce è felice
però non lo dice
non se n’è avveduto
perciò resta muto.
L’arte dell’indolenza
portata all'estremo
converte l’impotenza
in un bene supremo
con mosse al contagocce
fuggire dall’impatto
con tutte le minacce
da cui si sente attratto
la vita un intermezzo
nel proprio annullamento
essendo malavvezzo
sa solo farsi lento
al proprio isolamento
appeso come a un ramo
il primo sentimento
l’ha catturato all’amo
il bradipo in amore
sta lì imbambolato
immobile da ore
ha il cuore a perdifiato.
Il lemure che occhieggia
con sguardo stupefatto
nella propria scoreggia
s’è immerso con l’olfatto
gli pare di vederla
quell’entità gassosa
tentò di contenerla
ma tutto a un tratto è esplosa
nel fetido ectoplasma
ravvolto come un feto
distilla dal miasma
l’essenza di quel peto
sente che gli assomiglia
l’amorfa flatulenza
nata nella frattaglia
volta alla dissolvenza
l’alletta quel ribrezzo
che avverte a fior di pelle
confuso nell’olezzo
l'esistere repelle
riverbera interiore
un turbinio irrequieto
arreso al suo gonfiore
appresta un altro peto.
Chissà se la procellaria
mentre annaspa nel suo volo
coglie in petto il vuoto d’aria
tutto intorno non c’è suolo
sull’oceano in burrasca
sta sospesa senza peso
come chi lo sa che casca
però ancora non s’è arreso
nella scia d’un peschereccio
alle volte s’indirizza
d’ogni scarto mangereccio
coglie la fuggevolezza
fila tra le creste d’onda
che le danno il poco slancio
solo in quella baraonda
trova tregua il suo sbilancio
ma se il vento si fa duro
e le ossa e i sensi agghiaccia
lei si sente più al sicuro
creperà nella bonaccia.
Quell’oca giuliva
che ovunque starnazza
in sé si sa schiva
distilla amarezza
vorrebbe appartarsi
da un mondo feroce
e nei propri versi
trovare la pace
quell’oca si sente
poeta struggente
ma la dannò dio
al suo starnazzio.
Sta l’otaria solitaria
tutta chiusa in questa storia
che se pure la grugnisce
nessun’altra la capisce
perciò solo a chi la legge
dona anima e scoregge
però digerisce pesce
perciò appesta quel che n’esce
non ne avvertono l’ammanco
le altre otarie dentro il branco
che s’ammucchiano tra loro
tralasciando ogni decoro
ma l’otaria solitaria
ha compreso che non varia
la sua trama già tracciata
nella sabbia in cui è spiaggiata
su di un lembo di scogliera
con la mente passeggera
ruba il rombo a ogni ondata
e si sogna giù in picchiata
il suo corpaccione obeso
là sospeso senza peso
in un attimo assordante
nell’impatto è tutto e niente.
Volò una mosca bianca
su una pecora nera
sentendosi un po’ stanca
lì si posò, leggera
quella lana notturna
l’avvolse come un manto
se prima era lanterna
si fece faro spento
precipitò in un sonno
profondo più del mare
né la scosse l’affanno
del non saper nuotare
ma il mondo capovolto
resta pur sempre uguale
feroce e irrisolto
non libera dal male
così perse coscienza
del suo proprio spiccare
e questa inobbedienza
la fece spiaccicare.
Trotterella una renna
nella tundra sterminata
con un gelo che scotenna
no, non passa la nottata
il nevischio contro gli occhi
mugghia e assorda la tormenta
le ginocchia fanno schiocchi
e la mandria avanza stenta
muschio sciapo o del lichene
tanto fanno un solo bolo
questo è il vitto che rinviene
quando si stacca dal suolo
tutto è lastra nera e ghiaccia
fino al cieco orizzonte
nulla lascia alcuna traccia
non resistono le impronte
del passaggio nella vita
qualche sbuffo di condensa
in quell’aria illividita
nel disfarsi pare immensa.
Spesso l’alce scalcia e incorna
senza tanta convinzione
nello scontro si frastorna
d’una propria commozione
il soppalco d’ossatura
lo proietta lancia in resta
ma la stessa bardatura
lascia poi un cerchio alla testa
ogni schianto intorpidisce
il suo anelito cosciente
verso quello che ferisce
tutto a un tratto insussistente
neanche sa se un contendente
nel duello s’è intromesso
o se è solo e soccombente
a lottare con se stesso
nel menare colpi a caso
col gravame che lo schiaccia
del suo vivere inevaso
non rileva più la traccia.
Il gerbillo nella gabbia
non sa più che rosicare
tutto è trito come sabbia
gli è scipito il desinare
oramai si sente grullo
pure a stare zitto e muto
se per sbaglio fa un saltello
pare sia in cerca d’aiuto
col pensiero roditore
ruota in punta di compasso
gira a vuoto ore e ore
ma non avanza d'un passo
nello scervellarsi storto
di sé ha perso l’evidenza
che sia vivo o di già morto
non sa più la differenza
ogni tanto almeno guizza
un concetto più irrequieto
finché dopo un po' realizza
altro non era che un peto
chiuso nel penitenziario
del suo essere cosciente
il gerbillo solitario
teme d’essere già assente.
Il mandrillo refrattario
dalla nube di pensieri
non ricava alcun frasario
solo aleggiano leggeri
non sa scrivere e si esprime
nella foga mandrillesca
tanto che poi si deprime
che nessuno lo capisca
i grugniti il suo tributo
alla vita che si strugge
il digrigno un canto muto
verso tutto ciò che affligge
dietro quel pelame irsuto
una fibra di coscienza
che del poco che ha compiuto
durerà l’inconsistenza
d’accoppiarsi ha perso il gusto
fugge la coercizione
dell’istinto di già guasto
prima d'ogni comunione
tiene al largo i confratelli
che intruppati dentro un’orda
si trastullano tranquilli
nella propria stessa merda
e s'appaga, se mai accade,
quando scappa via dal chiasso
e più a fondo, mentre prude
Mentre salta il pesce spada
teme d’essere indifeso
nell’attesa che ricada
come tutto ciò che ha peso
fuori pare schermidore
pur nutrendo altri pensieri
ma la sua lama anteriore
non ammette harakiri
quando punta verso il cielo
segue il suo moto interiore
sogna un mondo parallelo
dove troverà spessore
un pesce fuor d’acqua appare
e lo è effettivamente
in quel guizzo che dal mare
lo proietta verso il niente
quella sua posa d’attacco
solamente un’impostura
tanto poi s’aggira fiacco
nel presagio di cattura
pinneggiando senza tregua
nel costante suo sbilancio
non c’è amore che lo segua
già si sente fatto trancio.
Cosa sa la salamandra
della vita che si sgrana
tutto attorno pare tundra
mentre è al chiuso nella tana
là sonnecchia e si consola
di malanni inconsistenti
spesso assorta, sempre sola
dietro i suoi lambiccamenti
ogni atto potenziale
fuori dalla sua portata
così non conosce il male
salvo batta una testata
nella statica postura
si proietta ultraterrena
solo l’ombra duratura
della propria messinscena
il suo corpo resistente
non sa cosa simboleggia
il divino, o forse niente
giusto un gusto di scoreggia.
Amo la molesta mosca
ripugnante per natura
amo la mossa furbesca
con cui evade la cattura
amo la monca sterzata
con cui tronca il volo sghembo
e il suo essere garbata
anche mentre va a strapiombo
ora è un punto, poi un ronzio
tutto a un tratto insussistente
forse è ovunque, come un dio
nell’assenza onnipresente
tanto il miele la seduce
quanto un culo alla portata
che sia sudicio o sia luce
sempre accorre appassionata
amo la modesta mosca
perché è pura eppure lorda
e felice quando casca
banchettando su una merda.
Cosa pensa la murena
mentre sbircia di sottecchi
dal profondo della tana
dove pare che sonnecchi
forse sa d’essere viva
come appesa a una corrente
di pensieri alla deriva
nel pulviscolo incosciente
forse nel presentimento
d’una fiocina o d’un morso
s’abbandona al flusso lento
che accarezza pinne e dorso
forse avverte l’impellenza
d’ogni essere braccato
di stornare la coscienza
dal discrimine del vuoto
forse modula il respiro
nella propria stessa apnea
quando scende il velo nero
d’una notte di marea
o chissà, semplicemente
la murena non lo sente
il tormento della mente
ferma lì, senza far niente.
La pernice contraddice
l’esistenza che le avanza
in sé scova la radice
della propria insussistenza
scruta quel vuoto insoluto
che da dentro si propaga
come un tempo già vissuto
nega ogni via di fuga
fin da che non fu più uovo
ogni sforzo fu svolazzo
in un cielo anch’esso cavo
circoscritto come un pozzo
dal suo labirinto cieco
non può più trovare scampo
non risuona neanche un'eco
ogni incedere un inciampo
ma s'addice alla pernice
il sapersi inconsistente
se si scopre un po' felice
in quell’attimo presente.
Mentre muta le sue tinte
in guardingo depistaggio
stenta il camaleonte
a comprenderne un vantaggio
forse istinto d’alienarsi
e spogliarsi da se stesso
assentarsi dai rimorsi
da un esistere al ribasso
rifuggire il proprio umore
col suo torbido pescaggio
e dissimulare amore
specie quando n’è in ostaggio
del cromatico mistero
d’una foglia che è ingiallita
lui s’appropria per intero
sovrapposto alla sua vita
nell’amalgama si fonde
fino a che si fa sfocata
indietreggia e poi s’arrende
la sua identità negata
di quel sé che fu passato
ogni tanto ancora arieggia
incorporeo e ammorbato
solo un fiato di scoreggia
indistinto in ogni ambiente
la suprema sua catarsi
e così il camaleonte
non riesce più a trovarsi.
Una rana nuota a rana
proprio dentro un pentolone
e già pare cosa strana
la bislacca intromissione
quella pozza d’acqua ferma
forse la scambiò per stagno
senza attendere conferma
si tuffò per fare un bagno
all’inizio fresca e pura
dopo un po’ s’è intiepidita
ma si sa che niente dura
immutato nella vita
così quella rana inerme
in principio s’è goduta
come se fosse alle terme
la calura sconosciuta
ma una fiamma traditrice
sottostante va avvampando
poco a poco tutto cuoce
lesserebbe pure il mondo
e la rana nuotatrice
passo passo s’è infiacchita
forse in fondo le si addice
il destino di bollita
però a interpretare meglio
questa trama un po’ malsana
nella pentola per sbaglio
cascò pure un’altra rana
niente in coppia le spaventa
tanto meno quel bollore
mentre tutto s’arroventa
loro due fanno l’amore.
Dentro il cuculo ticchetta
un tirannico orologio
fin da quando nacque detta
il suo andare lesto o mogio
come goccia nella notte
batte secca e intermittente
nel beccarlo lo connette
all'esistere cosciente
ogni istante che capisce
prende aspetto curvo o dritto
è compresso o si sgranchisce
frena o cade a capofitto
si fa ora, mese, anno
poi tracolla in un secondo
reso eterno nell’inganno
non s’accorda alle stagioni
quel suo spasimo indolore
tra le tante indecisioni
scocca a ogni batticuore
e il cucù che l'accompagna
s'incasella nel pensiero
tempo esatto in cui ristagna
un ricordo passeggero.
Il più vecchio capodoglio
tiene caro ogni ricordo
quasi fosse uno scandaglio
nell’oceano scuro e sordo
tutto ciò che ha conosciuto
pare un’eco dissonante
gli rammenta che ha vissuto
pure se non servì a niente
nel pulviscolo insoluto
che diviene sedimento
riconosce il senso muto
del suo stesso compimento
carne viva che pulsava
ora è inerte posatura
minutaglia alla deriva
resta solo una mistura
le cui sghembe vibrazioni
come un alfabeto morse
di tormenti e di pulsioni
sono onde già trascorse
dentro al brodo primordiale
ogni suono s’è acchetato
solo sale dal fondale
una bolla con un peto
il più vecchio capodoglio
sa l'abisso che l’aspetta
il suo canto di cordoglio
reca quella nota schietta.
Quando l’acaro s’accasa
come trita minutaglia
ogni cosa ne è pervasa
sembra un campo di battaglia
nel suo abbraccio con il mondo
adagiandosi a tappeto
sente l’animo errabondo
finalmente farsi cheto
tutto è pace, tutto tace
mentre giace fermo e fiacco
nulla gli pare più audace
del suo vivere vigliacco
niente sfide, nessun danno
ma un suo esistere discreto
mai patemi, né un affanno
e silenzia pure il peto
quando infine si degrada
in pulviscolo incosciente
sembra quasi se la goda
nel non essere più niente.
Proprio il tarlo, in quanto tarlo,
con la mente si lambicca
sente il tempo confinarlo
dentro il legno che lui intacca
da quel buco s’arrovella
sui confini del creato
e il pensiero lo sobilla
sconcertante e inusitato
ma lo scavo inconcludente
non conosce via di sbocco
nel suo vano costringente
s’è recluso in un arrocco
non sfarfalla, non si libra
non ammette sentimento
non incontra altro che fibra
convertita in escremento
quel che rode prima sugge
poi lo ingolla e infine caca
nulla crea, nulla distrugge
però tutto fa cloaca
anche il vivere del tarlo
come ogni altro non dura
resta solo, a ben guardarlo,
polvere di segatura.
La misantropa locusta
sopraffatta dalla massa
col pensiero s’ammatassa
quel contesto la disgusta
nella foga migratoria
ogni altra consorella
indistinta s’affastella
pur restando solitaria
l’ombra densa dello sciame
si proietta sul raccolto
ma ciascuna è senza volto
triturando quel fogliame
tutto ciò che prende vita
reca il male che la guasta
oltre il campo che devasta
sente in sé quel saprofita
ogni slancio esistenziale
l'assomiglia a una piaga
la locusta mangia e caga
ed è tutto quel che vale.
Chissà se lo sparviero
quand’era ancora uovo
sentiva in sé il mistero
del suo vivere ignavo
implume la creatura
sguazzava in quell’albume
trovandovi ogni cura
immune dalla fame
ma il guscio protettivo
d’un tratto s’è sfaldato
e quel rapace schivo
si ritrovò inglobato
nello spazio infinito
privo d’orientamento
sentendosi sdrucito
e sempre controvento
precario agglomerato
nel cosmo ortogonale
capì d’essere nato
cadendo già a spirale
visse così per caso
appeso all’impennata
d’un tempo vorticoso
nel volo giù in picchiata
il resto fu un farfuglio
che aleggia un po’ per l’aria
come una nuvolaglia
non vale la memoria.
Ernesto Ragazzoni. Elegia del verme solitario
Vive il verme solitario
segregato suo malgrado
dentro un cupo reliquiario
dove s’installò di frodo
in quel cieco isolamento
non comprende il suo destino
non sa che il suo firmamento
è una curva d’intestino
delle tinte della vita
non ha alcuna cognizione
tutto sembra una colata
tanti toni di marrone
la natura l’ha recluso
in quell’antro ignominioso
perlomeno volle il caso
gli fu risparmiato un naso
se di sé avesse coscienza
si saprebbe imprigionato
sentirebbe un'impellenza
fuggirebbe a perdifiato
a cercarsi una compagna
amicizie o vicinanza
assaggiare una lasagna
odorare una fragranza
a tuffarsi e poi nuotare
con movenze serpentine
e incocciare in un amore
per patirne poi la fine
ma quel suo trasognamento
non incontra via d’uscita
ogni senso di scontento
pari a lui è parassita
così il verme solitario
non ha fede in alcun varco
nel suo tempo carcerario
tutto scorre, però è sterco
chissà se dal suo sprofondo
sortirà, come rinato
morirà vedendo il mondo
saprà d’essere cacato.